Novembre 2009
Maledetta questa sete che è rabbia
Questa voglia matta questa infinita ricerca
Maledetta maledetta questa neve che mi ronza
E diventa ghiaccio e mi fredda il cuore, anche
Se non vorrei dire niente se mi sento così forte
Senza gambe e senza porte in un tempo che mi offende
E C’è ne é voluto tanto di pensiero e di rimorso
Per uscire fuori tutto a posto
Tutto a posto a posto un cazzo
E la testa è una mazza che, che sbatte
Contro la tazza di caffè
E la testa è una mazza che non pesa più
Che sbatte forte
Su una tazza di caffè Su una tazza di caffè Su una tazza di caffè
Maledetta, è una guerra persa
Tra le ossa in questo stato mi trascino disarmata
E non c’è carezza che non sia diversa
Per uscirne fuori tutto a posto
Tutto a posto a posto un cazzo
E la testa è una mazza che, che sbatte
Contro la tazza di caffè
E la testa è una mazza che non pesa più
Che sbatte forte
Su una tazza di caffè Su una tazza di caffè Su una tazza di caffè
Pesci morti nella schiuma pappagalli mine verdi
Coccodrilli nelle chiese forza d’urto prepotenza
Luna piena si incatena a una finestra poi si svena
Tutto a posto Tutto a posto Tutto a posto Tutto a posto
dall’album Luna in piena - 2007
Non riesco nemmeno a scriverne, e forse è questo l’aspetto peggiore di questo malessere/malumore/malatesta.
Potessi almeno scriverne, di questo senso di colpa/impotenza, inadeguatezza/inadempienza.
Eppure scrivere è quello che so fare, scrivere è quello che sono.
Potessi almeno liberarmene, di questo peso, di questo girare su me stessa come una cavia da laboratorio impazzita.
Ma di certe parole ho la nausea, di certe parole sono stufa. Delle parole. Incredibile.
Voglio la deflagrazione.
Potessi non pensarci, potessi ignorare tutto. Potessi liberarmene, di questo tutto minaccioso, di questa merda che mi/ci sommerge.
E’ permesso essere stanchi di muoversi/vivere/cercare/costruire/gridare sulla base del desiderio?
E’ permesso essere stanchi di lottare/aggirare/comunicare/sopravvivere?
Voglio la deflagrazione.
Ché sono stanca delle parole.
Immobile.
Proprio sul filo della frontiera
il commissario ci fa fermare
su quella barca troppo piena
non ci potrà più rimandare
su quella barca troppo piena
non ci possiamo ritornare.
E sì che l’Italia sembrava un sogno
steso per lungo ad asciugare
sembrava una donna fin troppo bella
che stesse lì per farsi amare
sembrava a tutti fin troppo bello
che stesse lì a farsi toccare.
E noi cambiavamo molto in fretta
il nostro sogno in illusione
incoraggiati dalla bellezza
vista per televisione
disorientati dalla miseria
e da un po’ di televisione.
Pane e coraggio ci vogliono ancora
che questo mondo non è cambiato
pane e coraggio ci vogliono ancora
sembra che il tempo non sia passato
pane e coraggio commissario
che c’hai il cappello per comandare
pane e fortuna moglie mia
che reggi l’ombrello per riparare.
Per riparare questi figli
dalle ondate del buio mare
e le figlie dagli sguardi
che dovranno sopportare
e le figlie dagli oltraggi
che dovranno sopportare.
Nina ci vogliono scarpe buone
e gambe belle Lucia
Nina ci vogliono scarpe buone
pane e fortuna e così sia
ma soprattutto ci vuole coraggio
a trascinare le nostre suole
da una terra che ci odia
ad un’altra che non ci vuole.
Proprio sul filo della frontiera
commissario ci fai fermare
ma su quella barca troppo piena
non ci potrai più rimandare
su quella barca troppo piena
non ci potremo mai più ritornare.
Un movimento impercettibile
Muore la transessuale Brenda: i Carabinieri sono sul posto. Già da prima.
Secondo i medici Brenda è morta per asfissia. Poi si è data fuoco.
La ricostruzione dell’accaduto: Brenda avrebbe raccolto le sue cose, preparato una valigia, messo il computer nel lavandino, appiccato il fuoco e lasciato che le fiamme divorassero tutto, lei compresa. Insomma, quale parte di “deve sembrare un suicidio” non è chiara?
Non si esclude l’ipotesi di omicidio. In Italia si preferisce passare per assassini che per puttanieri.
Fini: “Chi offende gli stranieri è uno stronzo”. Non si lascia il lavoro a metà.
Fini definisce “stronzo” chi offende gli stranieri. La legge con Bossi deve averla firmata quello dei tortellini.
Calderoli ribatte: “Stronzo anche chi li illude”. E tu? Che tipo di stronzo sei?
(“Stronzo chi offende gli stranieri”. È iniziata la stagione del fascismo autoironico)
Pisa, morti cinque militari durante un volo di addestramento. Ora sì che sono pronti per l’Afghanistan.
Rutelli lancia “Alleanza X l’Italia”. La X indica dove scavare.
“Rispetto il Pd, ma è andato troppo a sinistra”. Ora siamo sicuri che almeno uno ci ha creduto.
La reazione di Barbara Palombelli: “Se non torni per cena, telefona”.
La Gelmini è incinta. Finalmente un po’ di nausea anche a lei.
(L’importante è che non partorisca un’altra riforma)
Droga, test del capello per i Parlamentari. Per la prima volta Bondi non potrà coprire il premier.
Gasparri negativo al test antidroga: cade anche l’ultima possibile attenuante.
Sinistra e Libertà rischia una nuova scissione. Per precauzione il prossimo convegno si terrà al largo di un atollo.
(L’ambizioso obiettivo del partito: rientrare nella dicitura “Altri”)
Cinema: nel film 2012 il premier italiano è l’unico che non fugge davanti alla catastrofe. Ma se ne vanta.
Lo sceneggiatore: “Volevamo che un capo di stato morisse insieme al suo popolo”. Così hanno optato per il male minore.
Scoperte delle parole sulla sacra Sindone. Parole crociate.
(Alcune interpretazioni della misteriosa iscrizione: “Porco Giuda”, “No centrifuga”, “La soluzione a pag. 46”)
Amore, ti ricordi quando mi chiedevi di definire il niente?
Ecco, adesso lo so, te lo posso dire, se vuoi.
Niente è questo vuoto indelicato che mi ritrovo a gestire. Niente è il risultato di un mutamento che avviene in sottrazione. Dove prima c’era qualcosa adesso c’è il niente. Dove prima c’era tutto.
Dove prima c’eri tu.
Banale? Sarà, mi sembra di vederti, negli occhi quello sguardo che ti si disegnava sul volto contro la tua volontà.
Prima c’era il tuo odore, la tua voce, il tuo corpo magro e provvisorio, le mani grandi, le lunghe dita nodose. I tuoi modi di fare, il più delle volte fuori luogo, fuori da qualsiasi possibilità di comprensione che non fosse la nostra, fatta di complicità, stessa aria respirata, stesso piatto per lo stesso cibo, stesso letto, anche se non sempre, ché a volte, spalle ricurve e volto stanco, te ne andavi e non ti facevi vedere per giorni.
La prima volta che non mi sono sentita in colpa per quei tuoi momenti ho capito che ti amavo, ho capito che mi amavi.
Che eri mio.
Tutto.
Compresa la tua amabile, sconclusionata, geniale follia.
Si fa un patto con se stessi quando ci si concede di amare uno come te. Si prende tutto, senza sconti, senza scusa, senza possibilità di recriminare, poi, un giorno.
Io l’ho fatto, ho preso tutto. Per questo adesso il niente fa così rumore.
Dove prima c’erano le letture fatte in piena notte, quando mi svegliavi, scuotendomi per le spalle, per leggermi qualcosa che avevi appena letto dicendomi, ogni volta, ‘ecco, questa è la verità, questo è il senso delle cose’. Per poi dimenticartene la mattina dopo.
Il niente.
Dove prima c’era l’odore pungente e stantio della nicotina.
Le corse furibonde, per non arrivare tardi ad un concerto, a teatro, ad una mostra. I tuoi occhi larghi in mezzo ai capelli spettinati che ti cadevano e si appiccicavano sulla fronte sudata.
Il niente.
Solo un attimo fa, c’era il tuo dolore, il tuo volto, la tua straziante inadeguatezza. C’erano le tue crisi e i cassetti dei coltelli chiusi a chiave e la chiave nella mia tasca. La tua indiscriminata gioia di vivere, i sorrisi, l’euforia, le tue parole. Il tuo sguardo catatonico, per giorni, il corpo immobile, silenzioso, appoggiato in un angolo.
Niente.
Dove prima c’eravamo noi, a costruire pezzi di presente, pezzi di futuro.
C’eri tu, che mi dicevi ‘t’amo cuore mio’ per poi correre a posare le tue lunghe dita nodose sulla tastiera del computer, per ore, e ore, e ore, che mi sembrava che continuassi a dirmi, all’infinito, t’amo cuore mio e i giorni infinitamente dolci spesi ad accarezzarci.
Le tue magliette consumate e i pantaloni sporchi di vernice, i tuoi libri appilati e mille volte letti, aperti, chiusi, aperti di nuovo.
I tuoi discorsi lucidi, pungenti, disarmanti.
La tua figura, in controluce, in piedi davanti alla finestra.
Il giorno che te ne sei andato, che sei uscito salutandomi appena, l’ho capito che era la volta, quella volta. La volta che non saresti tornato. Non ne avevamo parlato, ma entrambi sapevamo. Io più di te.
Perché si fa un patto con se stessi, si prende tutto, tutto quanto, compreso il sapere che non sarà per sempre, compreso il sapere che finirà così, all’improvviso.
E più si è avuto, più si è vissuto, a perdifiato, come gettarsi di corsa giù per una discesa, più il vuoto provocato dal niente è assordante.
Ma va bene così.
- Non c’è niente da fare.
Così mi ha detto, con le mani sporche di grasso, la tuta blu inzaccherata. Ho guardato Clementina, con il sole che mi accecava, troppa luce, e troppo caldo, per essere solo le dieci del mattino. E un dolore, all’altezza del cuore, inflessibile.
- Ne è proprio sicuro? - ho chiesto, per cercare di disinnescare quella mano che mi stritolava dentro.
- Signorina, mi dia retta - ha risposto sbattendo il cofano di Clementina - la porti da uno sfasciacarrozze e non ci pensiamo più.
Non ci pensiamo più. Che crudeltà, che assurdità.
Non potevo non pensarci più. Quindici anni insieme non sono qualcosa che uno sfasciacarrozze può cancellare, schiacciare, accartocciare. No.
- Mi stupisco che sia riuscita ad arrivare fino a qua - ha insistito asciugandosi la fronte con un fazzoletto che gli ha lasciato una striscia nera di grasso sulla pelle.
Avrei voluto dirgli che parlava così perché non la conosceva. Non conosceva la tenacia e la forza d’animo con cui mi aveva portata ovunque. Ma non l’ho detto, non mi avrebbe capita, per lui Clementina era solo una macchina, e per giunta una macchina per cui non c’era più niente da fare. Era del tutto inutile insistere, e perdere tempo prezioso.
- La porto a casa - ho mugolato.
- Sì, fino casa ci arriva. Dopo non so. Per le procedure con lo sfasciacarrozze, passi pure quando vuole e ce ne occupiamo insieme.
Ma vada a sfasciarsi lei.
- Sì, passo io, nel caso.
Ho chiesto quanto gli dovevo, ho staccato un assegno. Sono salita in macchina, ho messo in moto.
E lei ha rombato, ha scoppiettato, sussultato, tossito immettendosi nel traffico.
- Non ti lascio Clementina, non ti lascio. Una soluzione la troviamo. Non è vero che non c’è niente da fare. Stronzo di un meccanico. Ma che ne sa lui, di te? Eh, Clementina? Che ne sa? Adesso noi chiamiamo Marco e gli chiediamo il numero del suo, di meccanico. Ci andiamo a vedrai che lui non lo dice che non c’è niente da fare. Figurati un po’.
Le ho accarezzato il cruscotto, ruvido, consumato, con gli adesivi di Sailor Moon mezzi staccati.
- Il primo giro che abbiamo fatto insieme, eh, te lo ricordi? Con la mia patente profumata di fresco! E quell’estate al mare, eh? Quando abbiamo dato il passaggio a quell’autostoppista russa? Secondo me sei stata l’unica macchina in tutta Italia a dare un passaggio ad un’autostoppista russa.
Le pietre colorate appese allo specchietto retrovisore dondolavano, sprizzavano piccole schegge di luce viola, verde, arancione accompagnate da quel cigolio ritmico di cui non ho mai scoperto l’origine e che mi faceva tanta compagnia.
- E la tirata fino in Olanda? Mamma mia che viaggio. Eleonora e Clementina on the road, come Thelma e Lousie. Ma senza Thelma, o senza Lousie, non ho mai deciso quale delle due mi sarebbe piaciuto essere.
Ho dato un colpo al finestrino, poi un altro, per farlo aprire, sudavo, una giornata di un caldo infernale. E poi mi sono accesa una sigaretta, avevo aspettato fin troppo, al diavolo i buoni propositi sul cominciare a fumare nel pomeriggio. Ho aspirato lentamente, senza sensi di colpa.
- E’ solo questione di punti di vista, Clementina. Lui dice che non c’è più niente da fare. Io dico il contrario, e vediamo chi ha ragione.
E’ stato allora che Clementina ha sussultato più forte. E poi ha fatto un rumore strano, giuro, come un rantolo.
E si è spenta.
Mi sono sentita morire. Con le macchine che clacsonavano, mi sorpassavano, e tutti che imprecavano.
Sono scesa, ho buttato la sigaretta, ho alzato le mani, mandato a quel paese uno che ha gridato ‘rottame di macchina’. Non ci potevo credere. Guardavo Clementina come se potesse rimettersi in moto da sola, da un momento all’altro. Ho appoggiato le mani sul portabagagli e l’ho accompagnata lentamente sul ciglio della strada.
- Clementina.
Sudata, con il fiatone, sono rientrata in macchina.
- Clementina.
Mi sono lasciata andare con la fronte sul volante. Sapevo che quel momento sarebbe arrivato, ma esserci in mezzo, dentro, a viverselo, era qualcosa di surreale, da non crederci, da non sapere cosa fare.
Una macchina può non essere solo una macchina.
“Io dalla sfasciacarrozze non ti ci porto” ho pensato con la fronte ancora abbandonata sul volante.
- Tranquilla Clementina.
Mi sono tirata su, ho acceso un’altra sigaretta. Ho preso il cellulare dalla borsa, ho sospirato e cercato il numero di Marco in rubrica.
- Marco? Sì, ciao, sono io. Ho bisogno di aiuto. Clementina. Sono ferma in via Verdi. Vieni.
E’ stato sul vieni che mi si è rotta la voce e ho cominciato a piangere.
La vado a trovare spesso, Clementina. La tengo in ordine, pulita, faccio in modo che non si arrugginisca troppo, perché non perda il fascino del suo color prugna. Non è facile, il tempo passa. Ma nessuno sembra farci troppo caso.
Quando sono arrivata in lacrime a casa della nonna lei ha preso un fazzoletto, per ascigurmi le lacrime, mi ha anche soffiato il naso, come quando ero piccola. Poi ha detto:
- Ele, non c’è bisogno dello sfasciacarrozze. La porti qui e la mettiamo in giardino.
- In giardino?
- Sì. Vedrai che a qualcosa serve.
E’ la frase che le ho sentito pronunciare più spesso. “Non si butta via niente, vedrai che a qualcosa serve”.
E così Clementina è diventata parte del giardino della nonna. Lei ci tiene un po’ di cose, vasi, attrezzi, semi. I suoi gatti ci dormono dentro. Puzzola, la soriana, ci ha anche partorito una volta, nel portabagagli. E il grosso e vecchio riccio, che la nonna ha salvato più di una volta dai giochi pericolosi di Barattolo, si nasconde spesso sotto il seggiolino del passeggero.
Ogni tanto mi manca, con la nuova macchina ci devo prendere confidenza, non c’è ancora quell’intesa che avevo con lei. Ci vorranno ancora un po’ di chilometri, qualche coda in tangenziale, un bel viaggio, e magari un’autostoppista russa.
D’altra parte, Clementina è Clementina. E col cavolo che non c’era più niente da fare con lei.
Lo sapevo che non stavo facendo la cosa giusta.
Avrei dovuto, semplicemente, applicare alla vita il principio ineluttabile secondo il quale il tempo passa e non c’è modo di riaverlo indietro, con corollario annesso per cui i dolori provati non è vero che spariscono. Restano lì, esattamente lì, dove hanno colpito la prima volta.
Lasciano un livido blu, viola, giallo. E quando pensi che l’ematoma si sia riassorbito, picchiano duro, di nuovo. E torna il livido, l’ematoma, sangue fuoriuscito dal sistema circolatorio. Cicatrice multiforme, multicolore.
Che alle volte preferiresti una frattura.
Sapevo tutto, e ho fatto finta di non saperlo.
Rimozione, oblio.
Faccia tosta.
Paresi sentimentale.
Ecco.
Ho vissuto anni con una paresi sentimentale.
Agghiacciante, quanto meno.
E patetico.
Perché poi, a mandare tutto in vacca, non è mai un evento capitale, un capovolgimento.
No.
Basta la pioggia.
Questa.
Questa pioggia maledetta, maledettamente inaspettata, maledettamente pioggia.
Mi guardo intorno, tutti corrono dappertutto, verso tutto. Un bar, una tettoia, la pensilina del tram. Si coprono la testa, con le mani, con la borsa, con il giornale. Buttano le sigarette. Chiudono le telefonate ai cellulari con gesti violenti, gridando “piove, sono sotto l’acqua, ti richiamo”. Scappano, corrono.
E io li guardo. E penso “Dove cazzo correte? Non sarete mai abbastanza veloci da non bagnarvi prima di aver trovato un posto all’asciutto.”
Dove cazzo correte?
Dove?
Dove cazzo ho corso io fino ad adesso?
Questo mi domando, subito dopo.
E infatti, io non corro.
Sto ferma, immobile.
Immobile lì dove mi ha colpito il primo scroscio. Questa pioggia che non è pioggia, ma un rovescio, un rigurgito.
Rigurgito gelido, improvviso, devastante.
Che mi fa restare lì. Immobile.
In una giornata in cui non avrebbe dovuto piovere, e in cui io non mi sarei dovuta domandare niente, ligia e fedele alla mia paresi sentimentale.
Lì, che dopo nemmeno mezzo minuto sono già bagnata oltre il limite universalmente stabilito tra asciutto e umidiccio.
A domandarmi con una cadenza regolare e dunque ossessiva:
dove cazzo ho corso fino ad adesso?
dove cazzo ho corso fino ad adesso?
E sono troppo bagnata per capire che sono nella merda.
I jeans pesano, incollati alla pelle, premono, stringono, e pesano, e stringono.
Anche la felpa, e i capelli, che aderiscono alla testa, pesanti, anche loro, pieni d’acqua, zuppi.
Ma io ancora non mi rendo conto.
Anestetizzata dalla mia paresi sentimentale, scientificamente assunta a pratica quotidiana.
Mentre il traffico incalza, i clacson singhiozzano, gridano e la gente ha smesso di correre, semplicemente perché ha smesso di essere, intorno a me. Sono sola.
Sola sotto il rigurgito che mi cola dal collo, lungo la schiena, fino a bagnarmi.
E lo stesso non riesco a muovermi.
Perché?
Perché è piacevole.
Mostruosamente piacevole.
Riesco solo a mandare indietro la testa, gli occhi ben aperti, per guardare in faccia il cielo che ha deciso di vomitarmi addosso.
E’ stupendo.
E spaventoso.
Perché mi sto ancora domandando, con una cadenza regolare e quindi ossessiva:
dove cazzo ho corso fino ad adesso?
dove cazzo ho corso fino ad adesso?
dove cazzo ho corso fino ad adesso?
Qualcosa si è rotto.
E’ bene che me ne faccia una ragione.
L’indefinito mutaforma si contorce, si gonfia, si sgonfia, si gonfia e presto ce l’avrà una forma fissa, granitica, e un nome, un odore, un colore.
E io dovrò smettere di correre.
E’ stupendo.
E spaventoso.
Stare sotto questo rigurgito.
Sotto questa pioggia che non si è mai vista una pioggia così.
Pioggia maledetta. Pioggia benedetta.
Che scroscia, e cade, e picchia, rimbalza, sull’asfalto, sulle macchine, sul mio viso, ovunque, epica, sconvolgente.
Ho freddo.
E’ stupendo.
E spaventoso.
E’ spaventoso sapere che questa pioggia smetterà di cadere.
E che quando la pioggia smetterà di cadere, io dovrò smettere di correre.