Maggio 2012
1) Non disperdetevi come comunità e non fatevi mettere gli uni contro gli altri;
2) Restate in sicurezza, ma non lasciatevi allontanare dalle vostre case e dalle vostre proprietà;
3) Non fatevi rinchiudere in campi recintati con la scusa di essere protetti;
4) Mantenete la vostra consapevolezza e autonomia;
5) Vi convinceranno che non siete autosufficienti e proveranno a ospedalizzarvi: non lo permette! Ogni gesto quotidiano deve restare vostro;
6) Non fatevi raccontare dai media quello che vi succede, siate protagonisti dell’informazione e diffondetela voi, i mezzi non mancano;
7) Chiedete da subito controllo e trasparenza sulla gestione di tutto quello che vi riguarda: solidarietà, aiuti, fondi ecc.
8) Fate che l’emergenza non diventi lungodegenza: ai commissari fa comodo, alla vostra comunità no;
9) Pretendete di partecipare da subito a ogni scelta sul vostro futuro;
10) Non lasciate devastare il vostro territorio con la scusa della ricostruzione.
Insomma, nonostante tutto quello che vi diranno sulla solidarietà, ricordatevi che per qualcuno il terremotato è da spolpare: occhio a sciacalli e avvoltoi!
qui www.3e32.com
Una metastasi incistatasi nel territorio, non un prodotto autoctono.
Una metastasi sviluppatasi al di fuori del tessuto sociale della valle e del suo ambiente.
Una mostruosità simbolo di tutte le violenze operate sui corpi umani e sulla natura.
Uno spaccato del nostro presente e del nostro futuro.
continua qua » carmillaonline.com
Beppe Grillo è uno dei primi ricordi televisivi della mia vita. E oggi, a quanto pare, è il futuro della politica italiana. Cos’è successo alla mia generazione? Prima il Biscione di Canale 5, poi il faccione lanuginoso di Grillo, le immagini iconiche della nostra infanzia televisiva ritornano a perseguitarci come il clown di Ashes to Ashes. Persino il nome ”Cinque Stelle” è un’eco della Tv di allora.
È come se negli USA Boss Hogg fosse stato presidente per gli ultimi vent’anni, e ora il rinnovamento lo rappresentasse Fonzie.
Mentre i superstiti del Biscione che affonda sperano in una biscaggina di salvataggio guidata da LCDM, l’idolo degli yuppie vanziniani anni ‘80, nel PD si medita d’imbarcare i democristiani naufraghi del Terzo Polo, anche a costo dell’ennesimo compromesso (storico) e Palermo rielegge Leoluca Orlando sindaco per la quarta volta: la prima risale al 1985, e oggi come allora Orlando era l’opzione migliore fra quelle disponibili. Nel 1985 Grillo cominciò a parlare di politica in Tv, aggiungendo un po’ di satira ai suoi sketch per il Fantastico di Baudo.
È come se in Italia gli anni ‘80, invece di passare, stessero invecchiando fermi al loro posto, e il tempo non scorresse in modo lineare come nel resto del mondo, dove ciò che è vecchio prima o poi finisce rimpiazzato dal nuovo, ma nel modo statico di una semivita dove tutto può solodecadere.
Dobbiamo essere qualcosa di peggio che morti però, perché persino nella semivita di Life on Mars e Ashes to Ashes, benché fuori-sinc, il tempo scorre, tanto che se si facesse un terzo capitolo probabilmente si chiamerebbe Jump They Say e sarebbe ambientato nel ‘93.
L’unico elemento del 1993 che abbiamo oggi in Italia invece pare sia la strategia della tensione, benché inquirenti e media mainstream abbiano insistito per una settimana a sbattere in prima pagina il ”mostro” sbagliato.
Take a look at the lawman beating up the wrong guy, oh man! Wonder if he’ll ever know he’s in the best selling show, is there life on Mars?
La strategia della tensione in effetti è molto anni ‘70-80.
Anche il quartiere italiano di Internet ha un’atmosfera vintage da bar, e gli attivisti Cinque Stelle confidano nelle potenzialità rivoluzionarie del cyberspace con lo stesso entusiasmo di Sterling e Gibson ai tempi di Mirrorshades, cioè nel 1986.
Nelle interminabili discussioni da bar sul M5S si legge e si sente dire spesso ”sono giovani, non vanno identificati col loro leader, questa volta le cose cambieranno davvero”.
But the film is a saddening bore, ‘cause I wrote it ten times or more. It’s about to be writ again, as I ask you to focus on.
So che nel M5S ci sono molti giovani di buone intenzioni che sperano di usare Grillo solo comesponsor per farsi conoscere e apprezzare dall’elettorato, e poi proseguire da soli. E lo sa anche Grillo, per questo ha vietato loro di farsi vedere in Tv per conquistarsi una popolarità personale che li renderebbe indipendenti. Un paio dei neoeletti sindaci, unici autorizzati ad apparire in Tv, ne hanno subito approfittato per rivendicare la vittoria come propria, sperando nel salto di qualità. Saranno delusi: il potere resterà nelle mani dello sponsor. Il capitalismo funziona così, e finché non si cambia questo, niente cambierà mai davvero.
Continueremo a girare sulla stessa giostra, alternando entusiasmo illusorio a rabbiosa delusione, mentre al governo s’alternano baccanali e bancarotte, per tutti gli anni di Anni ‘80 che ci restano.
Ashes to ashes, funk to funky, we know Major Tom’s a junkie, strung out in heaven’s high, hitting an all-time low.
…è un po’ che non scrivo, è che c’avevo una cosa da fare, questa:
http://www.ilcorpodelledonne.net/?p=12153 ;
seguita da questa:
http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2012/05/24/lo-stupro-e-un-problema-maschile/ .
Ne approfitto per un altro po’ di bieca autopromozione:
http://lorenxo.tumblr.com/lorenzogasparrini .
Tranquilli, tra un po’ riparto.
!
Chi mi accusa di essere del Pd (o di fare il gioco del Pd e di Repubblica) sbaglia di grosso. Ho citato tra gli esempi positivi, quelli che ci portano fuori dal reality show di Grillo e dalla crisi dei partiti, il caso dei tanti italiani che sono andati a Francoforte a contestare la Banca centrale europea. Movimenti veri, orizzontali, nati da legami fra pari. Davvero osteggiati dal potere (che infatti non ne parla, a cominciare dai media vicini al Pd).
Ecco, nessuna di quelle persone ha bisogno di un comico che gli faccia da leader, né usa la rete soltanto per fare copia e incolla di cose scritte da altri.
Quando dico che Grillo non interagisce coi suoi fan/seguaci sul web non voglio dire che è “antipatico”, come qualcuno ha scritto, voglio dire invece che Grillo usa la rete non in maniera orizzontale, la usa per pubblicare i suoi proclami.
E’ quello che ha fatto oggi, smentendo clamorosamente il sindaco di Parma e invitando gli aspiranti direttori generali del comune a mandare (a lui) i curricula. Ora, è troppo chiedere a Grillo in base a cosa selezionerà quei candidati? E perché dovrebbe farlo lui e non il nuovo sindaco? E con chi ha discusso Grillo questa mossa. Con nessuno. Se tutto questo non solo pare tollerabile, o se addirittura vi pare una nuova forma di “democrazia diretta”…
Il fatto che una critica a Grillo debba essere presa per una implicita difesa del Pd conferma che per molti dei difensori del comico genovese la politica è delega, voto, tifo per una fazione. Uno ragiona non sul merito, ma in base al voto che deve dare una volta ogni cinque anni, e non sulla scorta della propria esperienza, delle forme collettive di agire. Logiche binarie, da curva calcistica. Il fatto che il mondo e la politica si racchiudano nello scontro Grillo-Pd fa ridere. Alzate la testa, c’è un mondo da scoprire.
Che tutto si polarizzi in questo modo non è un caso. Risponde alla comunicazione della rete degli ultimi anni. Emozionale, semplicizzata, tutt’altro che orizzontale. Perché dietro Grillo – come si capisce bene leggendo gli scenari della Casaleggio che ne cura la comunicazione – c’è il cambiamento del web, oltre che i rischi che si aprono di fronte alla (inarrestabile, sia chiaro) crisi della democrazia rappresentativa.
Prima che esplodesse il cosiddetto Web 2.0 le comunità virtuali erano formate da avanguardie (che molto spesso coincidevano anche con le avanguardie politiche dei movimenti) che cercavano di autogovernare lo spazio in rete e di farlo funzionare per esigenze relativamente ristrette. In questo contesto, nessuno si sognava di prendere le decisioni a maggioranza, si approfittava del confronto in rete tra simili per dare vita a spazi di confronto permanente che costruissero forme di mediazione e unanimità e che perseguissero obiettivi condivisi.
Non che questo modello fosse esente da imperfezioni. Tuttavia si trattava di altra cosa rispetto alla pretesa di costruire forme di “democrazia diretta” (espressione che in Grillo diventa vuota, tanto da legittimare la monarchia del Capo e il monopolio delle decisioni CRUCIALI) attraverso gli strumenti della rete.
Dunque, invece di allargare la platea del dibattito pubblico e rafforzare le forme di partecipazione, le tecnologie del Web 2.0 selezionano le élite in base ad una specie di “dittatura della maggioranza’”. Inoltre, queste tecnologie non promuovono, come sostengono Grillo e Casaleggio nel libro-manifesto significativamente intitolato “Siamo in guerra”, un balzo in avanti sulla strada del superamento dei media verticali (come la televisione). Al contrario, essi presentano tutte le caratteristiche di una “regressione” dei nuovi media verso quelle che Carlo Formenti (che non è uno sconosciuto come qualcuno scrive sopra ma uno dei più attenti analisiti del web italiani) definisce senza mezzi termini “logiche di tipo ‘televisivo’”, che esaltano la connessione diretta tra leader e pubblico e la dinamica da reality show che consente di sognare la notorietà a persone che non provengono dal professionismo (che si tratti di spettacolo o politica).
Qualcuno, qui sopra, dice che Grillo usa concetti “cari alla sinistra”. In alcuni casi e vero, ma quei concetti li frulla con altri cari alla destra, e soprattutto li veicola tramite un meccanismo che (non mi stancherò mai di dirlo) non ha nulla di partecipato e democratico. Su questo punto, come si dice a Roma, “fate sempre pippa”. O al massimo ammettete che è “un problema”. E invece è IL problema. Mai visto un soggetto politico che vuole rifondare la democrazia ma che poi al suo interno non è democratico.
Lo scorso febbraio scrissi Un Post per Soli Uomini, sia su questo blog che su Il Fatto Quotidiano, dove raccolse più di mille commenti. Anche altri post su questo tema avevano in passato innescato proficui dibatitti. Un uomo si è fatto carico di analizzarli e darne un’interpretazione. Grazie a Lorenzo Gasparrini, blogger e lettore del blog. L’analisi si riferisce ad un campione non rappresentativo di tutti i lettori del Fatto; per avere un’ analisi completa dovremmo disporre di un campione statisticamente significativo. Ciononostante 1000 commenti ci danno preziose indicazioni.
Apro il giornale e leggo questa notizia: Divorzio breve, l’alt di Bagnasco perché rende più fragili i legami sociali”.
Ora, tralasciando i classici discorsi secondo i quali loro dovrebbero occuparsi di religione, carità e preghiere, tralasciando i discorsi per i quali non avendo legami non possono parlarne, tralasciando i discorsi secondo i quali non si dovrebbe dare risalto ai commenti che rilasciano su ogni singola cosa (neanche fossero quattordicenni davanti a FB), tralasciando anche tutte le bestemmie che vorrei urlare aprendo la finestra in direzione S. Pietro, ecco tralasciando tutto questo vorrei dire solo una cosa a Bagnasco e a chi sta sopra di lui, sotto di lui e tutto intorno a lui.
Il mondo, intendo quello fuori dalle vostre sterili riunioni, è pieno di di persone che si amano. Ci sono uomini che amano donne, donne che amano uomini, uomini che amano uomini, donne che addirittura hanno l’ardire di amare donne…e poi sì, bisogna ammetterlo, c’è anche chi ama tutti. Indistintamente.
Ecco, chi si ama, indipendentemente dall’esistenza di un legame sancito davanti ad un prete o ad un sindaco, deciderà di non lasciarsi. Chi ha smesso di amarsi deciderà di lasciarsi. E tutto questo indipendentemente dalla presenza di firme e testimoni. Da abiti bianchi o da cravatte. Io non credo. Ho smesso da tempo, anzi forse non ho mai cominciato, ma cerco di rispettare chi lo fa nonostante spesso e volentieri quando vi ascolto mi verrebbe voglia di strapparvi la lingua. Cosa che dovreste aver ben presente visto che per anni avete praticato questa tecnica sulle donne che ritenevate streghe.
Comunque, tornando all’articolo, caro Bagnasco, smettetela di appropriavi dei sentimenti altrui. Smettetela di far credere alla gente che il vostro sia il solo modo di amare. Smettetela di dare consigli non richiesti. Smettetela di giudicare e additare.
L’amore è altro. L’amore è tutto ciò che voi dovreste imparare da chi lo pratica ogni giorno. Alla fine sono arrivata alla conclusione che non sarete distrutti dalle bombe (come ho sempre sperato negli ultimi anni), voi sarete distrutti da ciò che non conoscete: l’amore.
Quello che gli altri hanno e voi, chiusi nei vostri muri di marmo, potete solo guardare.
.
…Su un monitor cilindrico in mezzo alla plancia appare l’immagine tridimensionale della Terra. Un vecchio col mantello e la barba è in piedi di fronte al monitor, guarda pensoso quella piccola sferetta azzurra ricoperta di nuvolette. Si versa un bicchiere di Brandy.
Sarebbe questo?
Sì, Signore.
Mm.
È un pianeta dei nostri, no?
Vuole che mi ricordi tutti i sassolini che ho sparpagliato per l’universo?
Gli strumenti dicono che c’è vita.
Bene.
Sono ancora all’età della chitarra elettrica.
Guardi se c’è mio figlio, per favore. Dovrebbe essere quello con la barba.
C’è un sacco di gente con la barba.
Un sacco quanta?
Brulicano.
Va bene, scendiamo. Lei venga con me, signor Michele.
Gabriele.
È lo stesso…
continua su In Coma E’ Meglio…
…
Mica mi riesci a convincere. Ancora mi parli di complotto complotto. Poco fa le stiliste invece hanno risposto tutte in coro al tweet di Gianni Riotta: Maria Luisa Trussardi, Laura Biagiotti, Albertina Marzotto… si sono dette disposte a fare qualcosa, in modo che almeno i desideri di Melissa diventino realtà. Per esempio? Volevo morire verso i novanta anni, una pensione. Volevo meno gente al funerale. È un bel casino crepare di sabato, lo sai sì?, i palinsesti mattutini sono già tutti stabiliti, e nelle redazioni c’è talmente poca gente che lo scroll-down delle foto di tre quarti ci mette un sacco a caricarsi. (Il dolore è in sè spettacolare, dice Guia Soncini – Per mia figlia figurati ho firmato una liberatoria per le foto delle feste dell’asilo – Ci sono immagini che sono d’interesse nazionale – Le prendo da un sito che ieri al Nasdaq s’è collocato a 38,23 - Nel caso avvenisse una strage, posso darvi almeno quelle poche che io e mia figlia abbiamo scelto insieme?) Ai cimiteri ci sono sempre dei reparti per bambini. I genitori senza figli (vedovi di, orfani di, non c’è un nome) si conoscono tutti, organizzano per tempo le vacanze, quando arriva fine marzo inizio aprile: sanno che i mesi di luglio agosto e Natale sono i momenti letali – lo capite anche da voi. Hanno messo su un gruppo di preghiera, si danno appuntamento il martedì. Li trovi sempre qui. Qualche giorno fa si sono messi a chiacchierare del programma nuovo di Saviano su La 7, aggiustando i peluche troppo infantili, e le letterine di legno sulla lapide. Hai seguito il secondo monologo a metà della prima puntata, la strage dei ceceni nella scuola di Beslan? Saviano ne parlava come fosse una storia di famiglia, roba sua; amicissimo dei genitori, uno di casa. Lo share è arrivato fino al 15 e mezzo, migliaia di tweet e l’hashtag col valore “una marcia trionfale”: tutto dice stia nascendo una nuova razza disinvolta davanti alle telecamere e al contempo morale: un esercito di Buoni, la Salvezza. E il ricordo di quella volta che si presentò con la scorta al borderò della rivista, e rilasciò il giorno dopo l’intervista: “Mi piacerebbe avere una vita normale”- Tipo come? Tipo poter rimanere a vegliare quello con cui avevamo discusso il giorno prima, sentire il lutto, una fitta al petto, senza doverlo per forza rivomitarlo fuori in fretta. L’empatia? Se si chiama così, quella. “@nomecognome ci mancherai caro #solonome una volta ci siamo presi un caffè insieme e tu mi hai detto che avevi caldo ai piedi”. L’hai letta la lettera agli studenti di Profumo? Il pezzo quando dice: “Faremo di tutto perché una cosa del genere non succeda mai più, affinché voi entrando nella vostra scuola pensiate solo ai compiti e allo studio, alle amicizie e allo sport”. E alla violenza, non possiamo nemmeno pensarla più la violenza? Non possiamo nemmeno immaginarla? Santoddio temerla, o desiderarla addirittura, un po’ diversa da questa stracciona di qualche adulto in vena di narcisismi di cui, signor ministro, ci siamo francamente rotti il cazzo. (La carta di Treviso lo dice ai giornalisti che son tenuti a evitare di pubblicare, tutelare, a osservare la normativa civile e penale…) “Mi dici che senso hanno tre bombe telecomandate davanti a una scuola alle otto meno un quarto?” Per Maria Teresa Ruta gli albanesi sono quelli che utilizzano le bombole del gas, quindi? Se fai due più due. (“Due più due quanto? Maria Teresa dico a te”). E i professori lunedì cosa diranno? “Mi raccomando ragazzi, non arrivate mai puntuali a scuola. Mi raccomando, evitate di abitare lontani, di venire con il pullman. Non siate maledettamente provinciali. Tenete conto che al centro non si muore”. E ora passiamo alla cronaca locale: questo è il solo rito di passaggio che ci prepariamo ad affrontare. Poi, certo sì, il Chelsea ha vinto la Champions League, e volevo dirvelo. A Amici ha vinto un tale Pulli, tanto per tenervi aggiornati. E ora scrivete. Tema: Caro pezzo di merda, se fai un attentato, almeno rivendicalo, sennò io mi sento un coglione a inveire contro chi a questa manifestazione… fa un caldo… è estate ormai… non è venuto nessuno… ci avete lasciato come capretti co ‘sto sindaco che ha deciso di chiudere le feste, i musei, tutto. Dove cavolo può andare uno? Dobbiamo stare qui a manifestare tutto il giorno? Sì certo meglio un lutto cittadino che chiedersi: Ma voi da me che volete? Non vi basta il cordoglio, la dietrologia, le dichiarazioni, a caldo, a freddo, la raccolta di opinioni, vittoriniandreoli, l’intervista agli amici ai parenti, le lacrime dei concorrenti, i videoeditoriali, gli appelli da firmare, cos’altro volete da noi? Che davvero, ragazzi, volete che moriamo al posto vostro?
“Non è bello avere qualcuno da odiare?” canta Michael Krohn del gruppo norvegese Raga Rockers. “Tutti odiano tutti” è scritto su una t-shirt in un video di J-Ax. “I hate Pink Floyd” aveva stampato sul petto Johnny Rotten. Odiare dà energia, talvolta indispensabile per tirare avanti, quando le risorse a disposizione sono scarse. Odia la giovanissima ragazza narratrice del libro dello scrittore siriano Khaled Khalifa, Elogio dell’odio. Odia il regime del suo paese, i satrapi feroci che sfruttano e massacrano il suo popolo. “I potenti odiano i proletari e l’odio deve essere ricambiato” diceva Sanguineti in una Lectio Magistralis del 2007, per cui bisogna “restaurare l’odio di classe”.
Parole dure, che suscitano ribellione politically correct, odiare è sempre sbagliato, l’odio è un sentimento perdente, ci vuole la compassione ecc ecc. Eppure quando lo spettacolo del potere assume toni grotteschi, insultanti, violenti, l’odio sgorga spavaldo dalla fonte dannata dell’impotenza e della rabbia. Io per esempio li odio, li odio a morte, con lo spirito e col corpo, e vorrei il loro male, tutto il male possibile.
Mia madre diceva spesso: non diventare mai, mai sindaco del tuo paese, perché la gente ti odierà e ti invierà tutte le maledizioni del mondo, e prima o poi qualcuna arriverà a segno. Credenze popolari che dovrebbero avere un fondo di verità. Ma allora perché tutti i nostri politicanti corrotti che fanno il lavoro sporco dei veri padroni in cambio di lussuose prebende la fanno sempre – o quasi sempre – franca? Perché i nostri affamatori, che sono dei domestici al servizio dei padroni internazionali, sono addirittura amati dalle loro vittime? Perché i gangster che hanno trovato il più sfarzoso dei bottini, un intero paese da saccheggiare, coi suoi tesori, i suoi servizi pubblici, le sue speranze, non ricevono qualcuna delle maledizione che gli mando mentre li osservo predicare in televisione, con le loro facce di bronzo, la loro carica di falsità e di violenza? Forse perché in quel momento sono solo, davanti al video, ad augurare loro malattie orrende, incidenti stradali con paralisi permanenti. Infatti la superstizione di mia madre riguardava maledizioni di gruppo, di popolo, che acquistano forza dalla terra, dall’aria, dalla luce, dall’acqua. Se nello stesso istante fossimo migliaia, centinaia di migliaia, se fossimo milioni davanti al video collegati in una catarsi neuro-apocalittica di puro odio le facce dei predicatori esploderebbero al rallentatore, occhi e denti che schizzano, materia cerebrale che si abbatte sul vetro dello schermo, la calotta cranica che si scoperchia, proprio come avviene da qualche parte nell’epopea azimoviana della guerra totale contro il Mulo. Dovremmo lanciare un appello: all’ora X sintonizziamo la televisione su uno degli interminabili talk show dove non mancano mai i demagoghi dello spread e dei sacrifici necessari, oppure i falsi Predator che fingono di protestare contro le tasse per distruggere il welfare, e scateniamo il nostro odio selvaggio, concentrandoci sulle loro facce. Sono convinto che entro pochi secondi lo schermo diventerebbe rosso. Nulla può opporsi all’energia collettiva di milioni di esseri umani decisi a tutto.
Però la questione non è così semplice, né lineare. L’odio è come un rostro che avanza raschiando, strappando, sfregiando. L’energia compulsiva che lo genera non si scarica totalmente sulla catarsi – fantasmagorica – della punizione dei nemici. È una forza che implode, mette in tensione la fibra vitale, indurisce l’animo. Io la sento, la forza oscura che destabilizza il sistema neurovegetativo. Appare un predicatore, è un “onorevole” presenzialista, un ciarlatano che recita il copione scritto da altri: il brutto ceffo bercia che 40 anni di lavoro (degli altri) sono pochi per andare in pensione. Mi concentro, cerco di provocargli l’esplosione della trachea, il distacco delle orecchie, la perforazione dell’intestino, il taglio delle dita, lo schiacciamento del naso, lo scotennamento del cuoio capelluto, la carbonizzazione degli occhi. Stringo i pugni, faccio scricchiolare i denti: deve essere possibile perdio, il Mulo era in grado di vaporizzare i cervelli di qualsiasi avversario. È una questione di forza di volontà.
Ma qualcosa non va. L’ipertensione dei tendini si scarica sul cuore, nelle tempie. Anche nel fondoschiena, dove ci sono i reni, ricettacoli di tutte le tensioni e le paure e le rabbie. Così faccio una sosta, per una importante verifica. Prendo la macchina per la pressione e la collego al braccio sinistro. Riattivo la concentrazione, cercando la massima intensità dell’energia offensiva. “Pura intensità” diceva Deleuze: esplodi, maledetto sicario, voglio vederti smembrato, disarticolato, squartato, scuoiato, bruciato, liquefatto. Intanto aziono la macchina, schiaccio la pompetta, il cuscino d’aria si stringe intorno al braccio. Il risultato non mi stupisce: sono già bradicardico, al mattino mi sveglio con 42, 43 battiti, durante il giorno raramente supero i 50; ora sono 93; la pressione sale a 171-99. Danni collaterali: questo sforzo mentale mi lascia stremato. E depresso, perché non accade nulla. Il vampiro è sempre lì che predica, dice “per troppo tempo siamo vissuti al di sopra delle nostre possibilità.” Nostre? Come osa parlare per me? Non mi sono concesso nulla più del dovuto, anzi, ho fatto delle rinunce. Lui, invece, rastrella i miei soldi, capitalizza i mieisacrifici. E ride. È soddisfatto. E io sono depauperato, come dopo una dura battaglia persa.
Ma c’è un secondo problema. Anche ammettendo che io riesca ad attivare la mia potenza telepatica e quindi a infettarlo con un composto di supervirus Ebola, Aids, Lebbra, Morte Rossa, Peste Bubbonica, Polonio, Arseniato di Piombo e Cianuro di Potassio, la sua poltrona verrebbe immediatamente presa da un altro. Perché costoro sono dei famigli, dei semplici scherani a pagamento. I padroni si trovano altrove, e non hanno volto. Sono oscuri, truci, melliflui personaggi dall’anima morta che siedono nei consigli di amministrazione, esseri sconosciuti che guardano e dominano il mondo da un video. I loro uffici sono a Londra, New York, Francoforte, Zurigo. Forse non sono neanche persone fisiche, come si dice in gergo burocratico, ma enti, gruppi di potere multinazionale. Non saprei come arrivare a loro, inoltre c’è bisogno dell’immagine per veicolare la forza telepatica. Gli antichi inventori delle religioni l’avevano capito, le statue, gli affreschi, i ritratti dei santi e dei guru sono delle porte per inviare il mantra, sia esso positivo, liberatorio, o di guerra. Per di più i padroni rischiano di essere protetti da uno schermo difensivo impenetrabile, le energie mentali dell’esercito di servi e schiavi di cui si circondano. Alla fine la scarica neuro-apocalittica individuale torna indietro, finisce per colpire e danneggiare chi l’ha attivata. Al danno si aggiunge la beffa.
Pertanto così non funziona. È controproducente, è il contrario di uno degli insegnamenti fondamentali del Sun Tzu: non vinco senza combattere, ma combatto fino allo sfinimento senza vincere, perché non ho individuato il vero nemico. L’odio va gestito con saggezza, va dominato, economizzato, capito, proprio come certe sostanze che, se assunte nelle giuste dosi, hanno effetti positivi, mentre in dosi elevate provocano danni.
Il segreto è uno solo: capire, sentire “l’odio di classe”, incanalarlo fiero e orgoglioso, così da trasformare la “debole forza messianica” di Benjamin in forza messianica pura, scarica neuro-apocalittica collettiva, ripulita dall’ipocrisia e dalla viltà della sinistra, che è rovinata dal perbenismo e dall’ignavia. O dal culto delle buone maniere. Così commentava Michele Serra le parole di Sanguineti sull’odio di classe: “inservibili in una moderna competizione politica, nella quale la medietà dei concetti, la loro piacevolezza, la loro immediata comprensibilità, è tutto o quasi tutto.” Medietà dei concetti, piacevolezza. Insomma non è abbastanza mainstream per la politica televisiva attuale. Forse ha ragione. Ma chi parla di competizione mainstream? Quella cosiddetta politica “media” e immediatamente comprensibile si basa su un inganno: stringere un patto tra le classi per sconfiggere la crisi. Ma la crisi è strutturale del capitalismo transnazionale, nella sua aggiornata versione finanziaria e speculativa. La sua vera politica prevede la distruzione del lavoro tutelato, riducendolo a merce, e la rapina delle risorse delle classi medie e medio basse, che vengono spolpate fino all’osso, trasformandole in proletariato. Quel patto non esiste. Oppure se è esistito, come nel dopoguerra, quando il pianeta era ancora in gran parte da conquistare, è stato rotto da tempo. Oggi i proletari non sono solo gli operai e i disoccupati ma i laureati, i tecnici, gli scrittori, i traduttori, i precari, gli immigrati. Hanno poco da perdere, domani non avranno più nulla. La loro è una potenza persino superiore a quella del Mulo, perché si nutre di un radicale odio di classe. È solo disaggregata, divisa da conflitti interni, ma si muove. Cresce, si sta trasformando in “pura intensità”. E quando sarà pronta, organizzata, agile e scattante, gli orchi, i vampiri, i Predator, gli zombi faranno bene a cercare qualche grotta lunare in cui fuggire, perché come scriveva il poeta romagnolo otto-novecentesco Stecchetti in una poesia già pubblicata su Carmilla in occasione del primo maggio:
Chi ti difenderà domani, quando
le turbe mal nutrite
assedieranno le tue case, urlando:
“è il primo maggio: aprite”?
Più che un tarlo, fossi un animale sarei sicuramente un bradipo.
È pronto il video della serata in Cité dove ho presentato, insieme a Paolo Grassi, il tarlo ippopotamo e le sue illustrazioni. In realtà i video sono tre.
Abbiam pensato fosse cosa buona e giusta dividere il malloppo in tre parti.
Nella prima racconto cos’è “Il tarlo ippopotamo altri racconti a miccia corta” e cosa c’è dentro. Nella seconda Paolo legge alcune pagine. Nella terza e ultima facciamo quattro chiacchiere su autoproduzione, editoria ed editoria a pagamento.
Rivedermi è stato un po’ uno shock, che ve lo dico a fare. La serata è andata benissimo, la Citè è un gran bel posto. Poter mettere in mostra gli originali delle illustrazioni, far vedere a tutti quanto sono belle, raccontare quello che ha significato e significa essere arrivati in fondo al progetto è stato emozionante, gratificante ma soprattutto divertente.
Ci tenevo a fare il punto sulla differenza che c’è tra autoproduzione ed editoria a pagamento, ci tenevo a schiarire un po’ le acque forse troppo torbide sull’argomento. Spero di esserci riuscita nel breve spazio di una presentazione e con la voglia di un negroni in agguato per tutto quanto il tempo. Ché io scrivo, mica parlo. In pubblico poi.
Volevo di nuovo ringraziare tutti. Sì, di nuovo. Claudia Canavesi, Margherita G.Izm, Mirko Olivieri, Edi Sanna per le illustrazioni. Senza i loro colori il Tarlo non sarebbe il Tarlo. E Paolo, che averlo lì seduto accanto a me ha fatto la differenza. Gianfranco, ché la copertina del Tarlo fa spettacolo anche da sola. Tutti quelli che sono venuti a sentirmi blaterare. Sara e tutta la Libreria Caffè La Cité. Ma anche quelli che non sono venuti ma mi hanno mandato cuori virtuali poco prima che si accendesse il microfono.
E l’innominabile innominata donna che ha fatto riprese e montaggio.
Stay tuned, che il Tarlo on Tour non si ferma qui.
Buona visione. QUA
Olè.
Agli autori, ai conduttori e alla redazione di quello che (non) ho.
Quello che non avete : è l’idea, il pensiero, meno che mai la convinzione che esistano donne autorevoli e interessanti, intelligenti e talentuose, in grado di venire inviate dalla trasmissione a discutere, parlare e “monologare” quanto gli uomini. e con questo dimostrate (autori e conduttori) di essere invece in possesso di una profonda e immarcescibile misoginia.
Quello che non avete (capito): è che la miseria rappresentazione
femminile che avete scelto di dare, anche nell’assenza delle donne, produce misoginia.
Quello che non avete (capito): è che la violenza si nutre, e tanto, anche della vostra misoginia mediatica.
Quello che non avete (capito): è che le donne sono la metà del mondo, dell’umanità, della cittadinanza, e che a chi sta a cuore la democrazia dovrebbe essere chiaro che tanto la miseria della rappresentazione femminile quanto la povertà della rappresentanza politica rappresentano una delle emergenze democratiche di questo paese: un problema che attraversa tutti gli altri.
Quello che non avete (capito): è che se pure inviterete in corner una donna, come avete fatto in “vieni via con me” alla terza puntata, questo vi rendera’ ancora più ridicolmente colpevoli di non esservi ricordati che facendo un piccolo sforzo avreste potuto ospitare giornaliste e scrittrici, attrici e registe capaci di pensieri, di parole, di proposte e di analisi.[…]
Com’è che “il mondo a testa in giù” (1) riesce sempre a Raddrizzarsi? (2) Perchè la reazione segue sempre la rivoluzione, come le stagioni all’inferno?
Sollevazione, o la forma latina insurrezione, sono parole usate dagli storici per etichettare rivoluzioni fallite, movimenti che non si conformano alla curva prevista, la traiettoria approvata dal consenso; rivoluzione, reazione, tradimento, la fondazione di uno Stato più forte ed ancora più opprimente - il girare della ruota, il ritornare della storia ancora e ancora nella sua forma più alta: stivale sulla faccia dell’umanità per sempre. (3)
Nel non rispettare questa curva, la sollevazione suggerisce la possibilità di un movimento al di fuori e oltre la spirale hegeliana di quel “progresso” che segretamente altro non è che un circolo vizioso. Surgo, alzarsi, sorgere. Insurgo, alzare, sollevarsi. Un prendersi cura di se stessi, dei propri interessi, un tirarsi assieme. Un addio a quella disgraziata parodia del giro Karmico, la storica futilità rivoluzionaria. Lo slogan “Rivoluzione!” è mutato da campanello d’allarme a tossina, (4) una maligna trappola del destino pseudo-gnostico, un incubo nel quale - non importa quanto combattiamo - non riusciamo a sfuggire a quel malefico Eone, quell’incubus: lo Stato, uno Stato dopo l’altro, Ogni “Paradiso” comandato da ancora un altro angelo malvagio. […]
- Il mondo a testa in giù: l’idea di capovolgere il mondo sottosopra è vecchia di secoli, le sue origini radicate in vecchie feste e tradizioni. Il sogno di un mondo nuovo, dove l’eguaglianza rimpiazza la divisione, dove la ricchezza in comune rimpiazza la fame e e dove la Tatcher si trova con la Famiglia Realeall’ufficio della “Social Security”(da English Rebel Songs 1381-1914 dei Chumbawamba)
- Raddrizzarsi: un altro gioco di parole dove “right” (raddrizzare) significa anche “destra” in senso politico. (pensate anche a schiena dritta)
- Faccia dell’umanità: da 1984 di Orwell
- Campanello d’allarme: un gioco di assonanze tra “tocsin” e “toxin”
Tratto da T.A.Z. zone temporaneamente autonome di Hakim Bey p. 13 ed. Shake
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Avevamo chiesto per il 13 Maggio di contribuire alla campagna #tettaprolife(accompagnata dalla campagna #provibra) con un pezzo del vostro corpo (QUI la versione in inglese). I motivi di questa campagna stanno qui (Roma: marciano per impedire la libera sessualità alle donne) e qui (Marcia per la vita di chi?) e se proprio non hai nulla da fare potresti anche voler affrontare il Quizzone #prolife. Qui invece trovi scritto com’è andata in quel di Roma.
A fikasicula[at]grrlz.net di pezzi di corpi ne sono arrivati proprio tanti (inviatene ancora, perché sono pezzi di corpo liberati)
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La prima “Tetta per la Vita” è la mia, liberata (a cura del Tetta Liberation Front) per chiedere:
- Educazione sessuale nelle scuole
- Sessualità libera (con chi vuoi)
- Contraccezione disponibile (anche d’emergenza)
- Aborto assistito e gratuito
- Consultorio pubblico e laico
Ringraziamo per aver fino ad ora aderito (dirò solo i nomi ma presto pubblicherò assieme alle singole meravigliose foto – intere e non ritoccate – anche le ampie dediche, stralci di mail o bellissimi messaggi che ci sono arrivati):
Rossella, Serbilla, SiMonella, Amedeo, Mara, AnarcoFem, Lafra, Furiosa, Lorenzo, Dario, Laura, Giulia, Sud-De-genere, Doriana, Lola, Paola, M., Mari, Laura (un’altra), Lulù, Serena, Marianna, JustLaurè, Claudia, Marta, Alessandro, Slavina, Edi, Daniela, Luna, Giulia&Trilly, Ica, DonaSonica, Lara, Fabiana, Rho&Simo, Petra, Silvestra, Vinny, Mely, Collettivo Autorganizzato Universitario di Napoli, Antonio, Sabrina, Viola, AnarcoQueer, Cristiana, Rossella, Maria…
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Riceviamo a pubblichiamo il comunicato della assemblea We Want Sex di Vicenza in merito al femminicidio di Dilia Reyes.
Apprendiamo dal Giornale di Vicenza la triste notizia di un femminicidio nella nostra città: Dilia Reyes, 25 anni, viene ammazzata a coltellate dall’ex compagno Jesus Maria Paredes Gil, in una stanza di hotel. Come riferiscono i parenti, l’omicida poteva essere fermato: “Questo omicidio si poteva evitare – dice la madre della vittima. -. La mia ragazza aveva paura di quell’uomo. Lui era cattivo, violento, la perseguitava. E lei lo aveva denunciato. Solo due giorni prima lui l’aveva minacciata di morte. Le aveva detto che avrebbe ammazzato lei e tutti noi, la sua famiglia. E lo ha fatto sul serio”. Non contento, ha telefonato alla madre della vittima ridendo.
La notizia ci rattrista, ci sconvolge e ci fa indignare: eppure, stando al sito bollettino di guerra, questo è il sesto dall’inizio di maggio, in Italia; e tutti sono avvenuti all’interno di un contesto familiare, o di coppia. La cronaca è piena di questo tipo di uomini: uomini denunciati, accusati, processati, condannati per maltrattamenti, stupro, stalking alla ex moglie, all’ex fidanzata, all’ex convivente, all’ex compagna. Uomini che come Jesus Maria hanno potuto girare liberamente, nonostante 6 denunce per violenze all’attivo, nonostante avesse già provocato un aborto alla vittima, in passato.
Viene scontato, quindi, chiedersi come mai ciò sia potuto accadere. Perchè le denunce fatte dalla stessa Dilia non sono state prese sul serio? Forse la risposta si trova poche righe più avanti, sempre sul giornale locale: “Una coppia sballata, destinata a scoppiare”. Lei viene descritta come “bella, dalla vita disordinata, ma madre e figlia sensibile”.
Quello che i giornali non esitano a descrivere con i toni romanzati e stereotipati della “tragedia d’amore”, con la femmina troppo illusa e troppo ingenua e il maschio troppo possessivo e geloso, non è altro che l’ennesimo femminicidio in uno dei Paesi europei, l’Italia, col più alto tasso di violenze di genere.
E come ogni cronaca italiana che si rispetti, l’operetta ad uso domestico è servita: lei giovane, straniera, ballerina, mamma; lui meno giovane, connazionale, senza fissa dimora e “volto già noto alle forze dell’ordine”.
E se la professione di lei serve a tessere la trama giustificativa della gelosia di lui, che “non accettava che lei facesse la ballerina in un locale pieno di uomini e voleva che si licenziasse”, l’accento sulle sue caratteristiche di “mamma” e “troppo innamorata” servono a mitigare, nello svolgersi del romanzo, il clichè della donna facile e del macho geloso, con buona pace delle chiacchiere da parrocchia dal sapore nostrano. Tanto vale per il personaggio maschile di questa storia, così rassicurante perché è straniero e senza fissa dimora, figura così lontana dal maschio nordestino padre di famiglia e indefesso lavoratore, da far pensare a un risvolto esotico della trama, in cui l’antitesi del buon selvaggio è strumento utile ai lettori di questa “storia d’amore e sangue” affinchè possano sentirsi, infine, tranquilli: è una cosa che non li riguarda, una realtà che non li appartiene, o una questione da demandare alla pubblica sicurezza, come sottolineano gli abitanti di Borgo Casale. The end. Fine della storia.
E invece no, non è così. Questa storia non ha inizio e questa di certo non è la sua fine. E’ una storia in cui non troviamo personaggi fittizi, eroine sacrificali, troppo amore e troppo odio. E’una, sono due, tre migliaia di storie all’anno, in Italia, con nomi veri, vite vere, padri, nonni, mariti, fidanzati od ex tali che hanno ucciso, stuprato, picchiato, segregato.
E loro, le donne di queste storie, non sono mogli disubbidienti, fidanzate che tradiscono, amanti sfuggenti, femmine dalla dubbia vita, matrigne crudeli; altrettanto dicasi per quei mariti gelosi, fidanzati troppo innamorati, padri severi, uomini frustrati dal lavoro e dal peso delle loro relazioni.
Alla luce delle statistiche, a noi sembra invece che, più che una vita definita moralisticamente come “disordinata”, più del lavoro che si sceglie, il Leitmotiv sia la presenza nell’esistenza di queste donne di uomini violenti, che sono tollerati (quando non approvati) dalla società e che possono agire in maniera indiscriminata.
Questo, più che la pericolosità del sonnolento quartiere Borgo Casale, teatro casuale del fatto, che gli abitanti ora definiscono pittorescamente “il bronx”, deve farci riflettere; Quante donne si ritrovano con il proprio personale inferno privato, quante hanno il coraggio di parlare, quante vengono ascoltate? E’ ora di dire “Basta” alle violenze sulle donne, facendo chiarezza su chi sono le vittime di un sistema culturalmente accettato e di silenzio che sta mietendo una morte al giorno.
C’è una lunga battaglia culturale da combattere.
Ciao Dilia, non ti dimenticheremo.
Assemblea We Want Sex
A chi si riempi la bocca con cifre e parole sul femminicidio perché il vento dell’indignazione collettiva adesso tira da ‘sta parte vorrei suggerire di fare un giro su bollettinodiguerra … così, magari, e dico magari, ad aver la buona creanza di andare a vedere e verificare di cosa si sta parlando, si capisce che #56 sono le vittime inclusi nuovi partner, figli, familiari.
Così eh, per dire.